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Arriva trafelato da un convegno delle Camere penali, il sorriso che si fa largo tra la barba
risorgimentale. Appesi, nell'elegante studio della palazzina liberty di via Pradello che fu di suo
nonno e di suo padre, ci sono i loden con mantellina alla Sherlock Holmes che qualche volta abbina
al farfallino. Sembra un gentiluomo piovuto dall'800 questo signore, che ha aperto una delle ultime
assemblee con una malinconica citazione: «Tutto passa, e tutto ciò che passa è dolore».
Molte cose parlano di passato in questo studio, il ritratto di papà Pasquale che svetta alle sue
spalle, i tomi antichi nella libreria di mogano, il vessillo del Sindacato fascista avvocati e
procuratori di Bergamo scampato alle tarme e trasformato in cimelio da parete. Eppure, il lessico
profuma prepotentemente di futuro, «voglia di fare», «speriamo», «vedremo», parole che in bocca a
un sessantaquattrenne lasciano anche un po' stupiti. È reduce dalla sesta rielezione consecutiva
alla presidenza degli avvocati bergamaschi, Ordine che guida da dieci anni a questa parte.
«Ma giuro
che stavolta è l'ultimo mandato», sorride lui.
- Sicuro, avvocato Ettore Tacchini?
«Beh, credo proprio di sì».
- Non doveva essere l'ultimo anche quello scorso?
«Sì, ma poi i colleghi, dimostrandomi la loro stima e il loro affetto, mi hanno chiesto di
ricandidarmi. Però, penso proprio che stavolta sarà l'ultima. Credo di aver già dato abbastanza
alla causa, anche se per i prossimi due anni c'è molta voglia di fare».
- Con le elezioni pare abbia successo. Mai pensato di darsi alla politica? In fondo il sindaco di
Bergamo è un avvocato.
«La politica l'ho fatta nei primi tempi dell'università, poi basta».
- Motivo?
«Perché ho un carattere poco diplomatico, sono un istintivo, uno che dice quello che pensa e credo
che in politica questo non sia il massimo della vita. E poi la politica assorbe troppo e richiede
una passione che forse non ho».
- Una vita dedicata al lavoro, allora, la sua.
«Macché, ho tantissimi hobby. La montagna, ad esempio: sono un grande scialpinista e un modesto scalatore. Mi piacciono le
escursioni e adoro sciare fuori pista. Sono appassionato di aerei, di musica, di libri antichi, di
carte geografiche. E, poi, le moto: a Bergamo sono conosciuto come l'avvocato motociclista, perché
mi sposto sempre in moto. L'auto ce l'ho solo per doveri familiari, fosse per me andrei sempre su
due ruote. Ho otto moto, dal sidecar del '64 alla Mv Agusta Brutale, dallo scooterone moderno alla
mia vecchia "Kawa" Z900 degli anni '70».
- Una passione da collezionista o uno stile di vita, la moto?
«Diciamo che è una follia da sessantenne. In moto sono andato anche a un processo a Reggio Calabria;
lo scorso anno ho fatto avanti e indietro quattro volte da Roma. Vede, per me un processo a Reggio
Calabria non è solo lavoro: il piacere è andarci, raggiungere un'altra città, conoscere e respirare
quell'ambiente. La moto la uso anche quando piove. Molti anni fa sono arrivato in pretura a Cento in
moto, me lo ricordo bene perché era il giorno del mio 40° compleanno. Era un processo in cui
difendevo la Lamborghini Trattori che rischiava di avere seri problemi per una questione tecnica sui
modelli cingolati. Quando arrivai all'esterno c'erano gli operai con le bandiere rosse: scesi dalla
moto con la tuta da motociclista, andai a cambiarmi e dopo poco rispuntai in toga. Un operaio
esclamò ironico: "Mo guarda ben che l'è arrivato Mandracche!". La presi come una specie di
premonizione, perché poi quel processo lo vinsi».
- E la passione per gli aerei da dove spunta?
«Mio padre era pilota di caccia durante la guerra ed è morto in un incidente aereo il 5 luglio del
1969 sopra Brembate. Dovevo esserci anch'io quel giorno sul suo Scricciolo P19, un monomotore
biposto che è stato investito da un aereo trainatore che aveva appena sganciato un aliante dopo il
decollo da Valbrembo. Mi sono salvato perché dovevo partecipare a un matrimonio. Mi ricordo ancora
quando un amico si presentò alla cerimonia e mi disse: "Vieni, dobbiamo andare in un posto"».
- Suo padre era un fascista, vero?
«Sì, era vice federale di Bergamo ed era amico fraterno di Antonio Locatelli. Io ho passato
l'infanzia a casa di Locatelli, in via Paglia, a giocare con i modelli degli aeroplani. Era avvocato
anche mio papà, era un fascista che è stato salvato dagli antifascisti».
- Racconti.
«Il 26 aprile del 1945 lo avevano messo al muro a Lovere. All'improvviso arriva un partigiano che lo
riconosce. "Ma quello è l'avvocato Tacchini, è una brava persona", esclama. Quel partigiano lo fa
salire al volante di un autocarro, poi gli si mette accanto e gli ordina: "Adesso io e te andiamo a
Bergamo dal Comitato nazionale di liberazione, decideranno loro che fare". Mio padre si dirige però
in questura, ingannando l'altro che non conosceva Bergamo: pensava che consegnarsi alla polizia
fosse l'unico modo per non essere fatto fuori immediatamente. Dalla questura riesce a mettersi in
contatto con Attilio Vicentini (padre dell'ex sindaco Guido, ndr) che allora era il capo del
Cnl. Vicentini garantisce per mio padre, che ha salva la vita. Poi per qualche mese andrà a lavorare come
camionista in Alto Adige. Tornerà poco dopo, quando l'Ordine degli avvocati, impegnato nelle
epurazioni, stabilirà che mio padre non aveva fatto nulla di riprovevole, che la sua era solo una
convinzione politica».
- Abbiamo capito allora cos'è quel vessillo tricolore alla parete «Sindacato fascista avvocati e
procuratori di Bergamo»: di destra pure lei.
«Non scherziamo: sono la pecora rossa della famiglia. Sono sempre stato ragionevolmente di sinistra.
Quel vessillo l'ho trovato una ventina di anni fa tutto bucato in un cassetto del Consiglio
dell'Ordine».
- Il feeling con l'ex guardasigilli Oliviero Diliberto, comunista, nasce dalle sue simpatie politiche?
«Se è per questo c'è feeling anche con un altro ex ministro della Giustizia, il leghista Castelli.
Il rapporto privilegiato con Diliberto è stata la molla per arrivare alla realizzazione del nuovo
tribunale di via Borfuro. È un grosso merito dei vertici che hanno guidato l'Ordine degli avvocati
bergamaschi negli ultimi 15 anni. Siamo stati noi avvocati a fare pressione perché Diliberto
trovasse i soldi che sembrava non ci fossero. Alla fine spuntarono 19 miliardi di lire. A cui si
aggiunsero i sei miliardi stanziati successivamente da Castelli».
- Merito solo dell'impulso e dell'interessamento di voi avvocati?
«Sì, modestia a parte. Perché i magistrati ci seguirono in un secondo tempo: loro volevano un
palazzo di giustizia fuori dalla città. Gli onorevoli bergamaschi non si sono mai mossi su questo
fronte, mentre c'è stata forte condivisione da parte dell'allora giunta Veneziani. Però, ripeto,
tutto parte dalla disponibilità e dalla straordinaria collaborazione con i due ministri Diliberto e
Castelli. Con loro e anche con un altro ex guardasigilli, Fassino, i rapporti sono stati ottimi».
- Con l'ultimo ministro della Giustizia, invece, com'è andata?
«Non mi parli di Mastella. Mesi fa, quando era ancora in carica, gli abbiamo chiesto di partecipare
all'inaugurazione dell'11 febbraio: si figuri, faceva fatica a trovare un'ora di tempo libero per
l'apertura di un nuovo tribunale».
- Schizzinosità a parte, il palazzo di giustizia è uscito bene lo stesso, no?
«Nei limiti che consentiva la ristrutturazione di un edificio esistente, prima adibito a scuola, il
risultato è molto buono. È in pieno centro, l'unica pecca è che non c'erano i soldi per fare i
parcheggi sotterranei. Ora speriamo che il Comune decida di destinare alla giustizia anche la parte
adiacente, quella dell'ex chiesa della Maddalena. E che naturalmente trovi i fondi».
- Per rimanere nelle alte sfere politiche, lei è il presidente di un Ordine che ha sospeso dalla
professione di avvocato il ministro Antonio Di Pietro.
«Di questo non parlo. La decisione è stata impugnata davanti al Consiglio nazionale forense e dunque
il caso è ancora aperto».
- Ci dica almeno come è stato giudicare un ex pm di chiara fama.
«Abbiamo proceduto come per qualsiasi altro collega, non c'è stata differenza di trattamento solo
perché era un personaggio famoso e importante. Era difeso dall'avvocato Roberto Bruni: Di Pietro non
era presente, ma è stato collaborativo, mettendoci a disposizione tutta la documentazione che
avevamo richiesto».
- La giustizia a Bergamo come è messa?
«Parlano le statistiche. Il distretto di Brescia di cui facciamo parte è ultimo nel rapporto
magistrati-abitanti e per quanto riguarda i tempi delle sentenze. A Bergamo, in particolare, c'è una
situazione drammatica in tema di personale amministrativo. Per non dire dei fondi scarsi. In molti
casi è capitato che qualche avvocato si dovesse presentare con i fogli di carta per poter avere le
fotocopie».
- Si è lamentato della scarsa qualità dei giudici onorari. Perché?
«Alcuni sono bravi e meriterebbero la toga, per altri invece la professionalità è bassa. La
giustizia non può essere amministrata da chi lo fa a tempo perso, da pensionati che mirano a
diventare giudici di pace solo per avere una posizione di modesto potere».
- Però anche la qualità degli avvocati in media si è abbassata.
«Paghiamo la funzione di una scuola e di un'università di cui tutti conosciamo limiti e pecche. Ci
sono giovani avvocati bravissimi e preparati e altri invece che non hanno ricevuto una formazione
adeguata. E poi l'abbassamento della qualità media è quasi fisiologico, perché noi avvocati siamo
sempre di più».
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