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24 luglio 2004
GIANLUIGI SORA, L'ECLETTICO ATLETA CHE SUL PIU' BELLO CAMBIA SPORT con questa filosofia a 56 anni ha primeggiato, oltre che nella regolarità, anche nel calcio, nel judo, nello sci e nell'atletica
di Stefano Serpellini (L'Eco di Bergamo)
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Lui afferma che l'importante è mollare quando sei all'apice. «Quando inizia il calo, il declino, cambio sport - spiega -. Semplice, no?». Semplice un corno: basterebbe chiederlo a quei calciatori, a quei cestisti e a tutte le legioni di atleti che rincorrono pateticamente il passato su campetti di provincia, rimediando spesso malinconiche figuracce. Certo, Gianluigi Sora, detto Gianni, da Sarnico, mica è un professionista, né lo è mai stato. Però a 56 anni suonati (sta per diventare nonno) è ancora lì pronto a ripartire da zero: ogni sport, una sfida, perché ogni volta devi arrivare al massimo e poi, cosa più difficile, devi avere il coraggio di dire addio e passare ad altro.
Così facendo il Gianni ha passato in rassegna una serie di discipline che riuscirebbero a
L'ultima passione in ordine di tempo è lo slalom gigante. L'8 marzo scorso, ad esempio, al Monte Pora ha vinto una delle prove del circuito All Star, mettendo in fila i cento e passa partecipanti; da un anno a questa parte è costantemente tra i primi nel circuito regionale Master B (sopra i 55 anni).
«Il fatto è che quelli che mi battono hanno iniziato a sciare da bambini - si sfoga Sora -. Io invece ho imparato a trent'anni suonati, poi ho smesso per sei anni e ho ricominciato a sciare a metà degli anni '90, trovandomi tra l'altro spiazzato perché, con l'avvento dei carving, la sciata è cambiata completamente. Partecipo solo alle competizioni più vicine, (gareggio per il Gruppo sportivo alpini di Sovere), lo faccio per divertirmi, ma sempre con impegno. Adesso, da quando due anni fa sono andato in pensione, ho più tempo libero e riesco ad allenarmi anche quattro volte la settimana, sempre a Colere dove c'è Martino Belingheri, un maestro eccezionale, che mi insegna i trucchi del mestiere. Mi aggrego a lui quando disegna i tracciati per i ragazzi e così miglioro a vista d'occhio, ma devo ancora lavorare sulle curve».
Dunque, per il Gianni sugli sci la cresta dell'onda, che significherebbe l'addio alla neve, non è ancora arrivata, e così la sera prima delle gare lo puoi trovare in garage che passa la sciolina sulle solette ancora con il ferro da stiro o che, armato di lima, affila le lamine. Passione da dividere con altre due non ancora abbandonate: il calcio e la mountain bike.
Sora gioca a pallone nella squadra degli Amatori Sarnico - allenamento il mercoledì, partita il sabato -, mentre il lunedì va a tirare due calci insieme agli amici. Per quanto riguarda la bici (a metà degli anni '90 è stato tra i fondatori del club «Only bike» di Sarnico), la usa solo per mantenersi in forma: basta gare (tre terzi posti nel campionato Udace dietro agli imprendibili Zanchi e Bonfanti) da quando ha scoperto che non riusciva più ad arrivare in cima ai Colli di San Fermo in meno di un'ora. Così la mountain bike ora gli serve solo per sgranchirsi le gambe. Spesso il sabato pomeriggio si fa 60 chilometri, poi fila al campo per la partita di calcio, durante la quale corre più di certi compagni di squadra meno anziani, che il fiato lo sprecano per lo più a commentare gli errori di chi si sfianca per loro.
E poi c'è il lavoro, che il Gianni, nonostante la pensione, non ha ancora abbandonato del tutto: continua part-time nell'azienda di guarnizioni del fratello dove ha lavorato per 37 anni.
Nel tempo libero (ma gliene rimane, poi?) Sora si cimenta con la pesca e con la caccia. Con barca e tirlindana esce sul lago in cerca di lucci, sulle orme del suocero Bepo «Pustì», abilissimo e compianto pescatore. Nella stagione di caccia, insieme alla moglie Rosanna, intestataria del capanno in cui vanno a sparare a San Paolo d'Argon, il Gianni imbraccia la doppietta: ecco, in questo caso, la cresta dell'onda non l'ha mai raggiunta e, a sentirlo, non c'è davvero pericolo. «Come cacciatore potrei ricevere la tessera ad honorem del Wwf - ride lui - perché la mira è quella che è e le prede mi sfuggono quasi sempre. Se i cacciatori fossero tutti come me, gli uccelli potrebbero stare tranquilli».
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