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29 novembre 2005
EDI ORIOLI TRA PRESENTE E PASSATO LA PAROLA AL TESTIMONIAL DELLA DAKAR
di Massimo Zanzani (Strategy Comunicazione)
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Il primo contatto con i percorsi africani non fu entusiasmante. Era il 1984, quando partecipò al Rally dei Faraoni con la Honda del team Ormeni, ed una volta sceso dall’aereo che lo aveva riportato in patria giurò che non avrebbe più messo piede nel Continente Nero. Ma il “mal d’Afica” aveva ormai segnato la carriera di Edi Orioli, che già l’anno dopo era di nuovo a correre nel deserto. “Ricordo ancora la mia prima Dakar” spiega il pilota friulano “per quei tempi era una corsa non convenzionale tutti i punti di vista, ad iniziare dall’impatto con l’ambiente”.
Dopo il 2° posto del 1997, Edi confermò la sua competitività nella maratona africana centrando l’anno successivo la prima delle sue quattro vittorie (le altre nel ’90, ’94 e ’96), ribadendo la sua passione per la Dakar correndo tutte le restanti edizioni ad esclusione di due quando decise di passare, nel 2002, dalle moto alle auto. Ambizione che aspirava da diversi anni.
“Se non avessi corso in moto molto probabilmente sarei stato un pilota di rally automobilistici o avrei fatto lo sciatore” conferma Orioli “perché i rally e lo sci sono le mie due grandi passioni. Purtroppo non potendo guidare la macchina
Che differenza c’è tra correre una Dakar in moto o in auto? “Principalmente il diverso impegno fisico, in macchina si fatica ma non è assolutamente paragonabile allo sforzo che si fa in moto. Questo non vuol dire che correre la Dakar in auto sia una passeggiata perché devi avere lo stesso una buona preparazione atletica. Lo stress però è completamente diverso, anche perché in macchina ti puoi concentrare al 100% nella guida in quanto hai il navigatore che ti indica il percorso, mentre in moto sei solo tu, il road book e il GPS per cui non puoi andare a manetta dalla mattina alla sera. In auto quindi ci sono molte più comodità, ma ad esempio sulle dune di sabbia rimpiango la moto perché oltre ad essere più divertente è più facile insabbiarsi con una quattro ruote col rischio di avere grossi ritardi sulla classifica generale”.
Da quest’anno sei entrato a fare parte della squadra Acerbis come testimonial della Dakar. “Mi ha fatto piacere che Franco Acerbis mi abbia scelto per diffondere l’immagine della Dakar, probabilmente perchè godo di una certa popolarità, la gente mi conosce e lega il mio nome a questa gara”. Veniamo all’edizione 2006, come spieghi il record di iscritti? “La Dakar è un po’ una sfida, e per molti partecipanti è una soddisfazione anche arrivare ultimo. Però chi ci va una volta rimane poi contagiato dal fascino di questa competizione unica, ed è praticamente impossibile che non ci ritorni. Si forma così uno zoccolo duro di piloti sempre pronti a schierarsi al via, nomi che gravitano attorno alla corsa da ormai da vent’anni, che vengono costantemente affiancati da debuttanti in cerca di nuove emozioni. Ovviamente c’è un certo riciclo di generazioni e di piloti, però i vecchi non mollano. Io stesso è già 18 volte che partecipo alla Dakar, e finché potrò non mancherò al via”.
Cosa ne pensi dei nuovi regolamenti tecnici? “Ritengo positivo aver limitato l’importanza del GPS perché in questo modo si riscopre il valore vero di questa corsa che è la navigazione. Inoltre l’adozione dell’Iritrack che in qualsiasi momento permette di vedere dove si trovano i concorrenti dovrebbe dare una svolta importante alla gara dal punto di vista della sicurezza. Direi che dopo le disavventure degli ultimi anni si è imboccata la strada giusta, è chiaro che non si possono sconvolgere i regolamenti da un anno all’altro. E non va dimenticato che la Dakar è spietata ma affascinante anche per questo, troppe limitazioni ne stravolgerebbero la sua vera identità. Terrei però in considerazione per il futuro anche un limite alla cilindrata delle moto”.
Chi vedi favoriti nelle rispettive categorie? “Nelle moto sicuramente Despres, e punterei anche su Coma che mi sembra molto maturato. Per quanto riguarda le auto sono curioso di vedere cosa farà la Volkswagen, perchè per la Casa tedesca o la va o la spacca. La Mitsubishi ha un’esperienza impressionante e ha dei piloti che sono quasi tutti di estradizione motociclistica che aiuta non poco. Peterhansel è il più veloce in assoluto, come ha dimostrato in varie edizioni, quando c’è da aprire il gas non ce n’è per nessuno e ha una macchina veloce. Però ritengo che la Volkswagen abbia fatto un grossissimo sviluppo per quanto riguarda le prestazioni e inoltre può contare sulla presenza di sei equipaggi. La sfida più interessante sarà proprio quella tra l’azienda tedesca e quella giapponese, anche se c’è l’incognita della BMW con la nuova Serie 3 che sarà una bella macchina ma che potrebbe avere problemi di affidabilità perché del tutto nuova. Il mio obiettivo invece è arrivare nei primi 15 visto che l’anno scorso non ci sono riuscito per aver finito la benzina in una tappa”.
Se arrivasse una grossa Casa motociclistica che ti desse un pacco di soldi per correre la Dakar in moto, accetteresti? “A dire la verità preferirei che l’offerta arrivasse dalla Mitsubishi, comunque ci penserei un attimo. Sono sicuro che potrei dire ancora la mia anche con un mezzo a due ruote, però…. rifiuterei. Ormai non torno più indietro, sono rimasto in stand-by per tre anni facendo raid nei deserti del mondo e ormai sarebbe una ulteriore perdita di tempo perché ora sono concentrato esclusivamente sulle gare in auto”.
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