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dicembre 2003
GUGLIELMO ANDREINI: DA CAMPIONE ENDURO A MECCANICO DI LORIS CAPIROSSI c'è anche il pluricampione bergamasco dietro i successi del bolide rosso Ducati protagonista in MotoGp
di Danilo Sechi
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Negli anni Settanta ed Ottanta è stato tra i più grandi protagonisti dell’enduro internazionale, nella pattuglia dei miti insieme a Gritti, Brissoni e Taiocchi; dal 1993 lavora dietro le quinte dei più importanti campionati di velocità, nelle superbike e nelle MotoGp, quale apprezzato meccanico.
Con tale determinazione, unita ad un fisico da atleta e ad un talento straordinario, i risultati non si sono fatti attendere: è diventato campione Fmi nel ’71 e qualche tempo dopo, nel ’78, è arrivato il primo titolo italiano. Ne seguiranno altri quattro. Nel ’79 ha conquistato il primo titolo europeo al quale ne seguiranno altri tre. Inoltre, exploit che in pochissimi possono vantare in due specialità, ha vince anche un titolo tricolore nel motocross (’79). Si è poi imposto tre volte nella Valli Bergamasche ed ha partecipato a 17 Sei Giorni vincendo 15 volte la medaglia d’oro.
"Sono state soprattutto tre le marche alle quali ho legato il mio nome" ricorda Andreini "la Swm, con la quale ho corso tra il 1978 ed il 1980; la Maico, che mi ha consentito di centrare tante affermazioni nelle due stagioni ’81 e ’82 e, in parte, anche nell’83; infine la Husqvarna che mi ha accompagnato nella parte conclusiva della carriera. C’è stata anche una parentesi targata Honda, nell’84, quando ho ottenuto
l'ultimo titolo continentale nella classe 4 tempi".
"Nel ’93 ho iniziato la mia seconda carriera, quella di meccanico, col Team di Giacomo Agostini, allora di scena con le Cagiva" prosegue "e seguivo il pilota Mladin. L’anno dopo ero il meccanico di Kocinski, poi nel ’95 ho seguito Romboni nella classe 250, nei due anni successivi sono passato alla Yamaha, prima con Meregalli nella Supersport, poi con Cadalora nella 500".
"Nel ’98 è infine iniziata la mia fase con la Ducati, che dura tuttora. Ho seguito le moto di Fogarty, di Bostrom e Xaus, dall’inizio di quest’anno - con l’ingresso della casa bolognese nelle MotoGp - sono diventato uno dei due maccanici di Loris Capirossi".
"Fogarty, il britannico che ha vinto diversi titoli mondiali nelle superbike, invece, era troppo introverso, troppo chiuso, se ne stava spesso in disparte...certo che in pista: quando non trovava i giusti assetti al mezzo ci diceva di non diventare matti, che ci pensava lui, dava gas e andava a vincere comunque, che fenomeno! Completamente diverso lo spagnolo Xaus, fin troppe estroverso, direi esuberante, in pista e fuori. Nel 2002 ha infilato ben 22 cadute, mi ricordo quella volta che, a furia di andare in terra, eravamo rimasti con una sola carenatura laterale. Se devi cadere ancora, gli dissi, fallo almeno da questa parte perché dall’altra non abbiamo più pezzi!".
"Rispetto alle superbike" precisa ancora Andreini" trovo il mondo delle MotoGp più professionale, più inquadrato, meno estemporaneo. Per il resto mi sono trovato bene in entrambi gli ambienti, io mi adatto facilmente. Gli unici problemi me li ha creati qualche volta l'inglese, la lingua ufficiale del settore, ma alla fine mi sono sempre inteso con tutti. Ho anche preso parte ad alcune Dakar, una anche come pilota, nell'85, poi al seguito di alcuni team. Come conseguenza viaggio molto, in camion, mediamente ho calcolato di percorrere circa 30 mila km all'anno. E poi ci sono i viaggi in aereo, il prossimo mi aspetta in febbraio, per i test precampionato a Sepang, in Malesia".
"Quella volta che ho corso nella Dakar è stato più avventuroso il mio viaggio di ritorno che non la gara! Mi ero dovuto ritirare per problemi fisici e poi per fare rientro in Italia è stata una vera odissea fra autostop in pieno deserto, aerei soppressi o in ritardo e altri guai. Insomma è finita che ci ho messo quasi più tempo io a tornare che i concorrenti rimasti in gara a raggiungere Dakar!”
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