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Parigi-Dakar - gennaio 2001
DAL 1979 UN INIMITABILE COCKTAIL DI GIOIE E DOLORI
di Danilo Sechi
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La
Parigi-Dakar non è solo una competizione motoristica, è un evento, uno
spaccato della società, un appuntamento che da anni - ogni mese di gennaio -
divide in due l’opinione pubblica, da una parte gli estimatori che pur non
considerandola esente da difetti la definiscono affascinante e dall’altra i
suoi detrattori che ne sottolineano la pericolosità, la violenza insita in
questa sfida dell’uomo alla natura. Di sicuro è una manifestazione che non
passa inosservata.
Quasi tutti ricordano che anche il suo inventore, il francese Thierry Sabine, ha perso la vita precipitando con l’ elicottero durante una edizione della corsa, ma quanti sanno rispondere se si chiede loro chi si è imposto nel ’88 piuttosto che nel ’95, chi ha vinto più prove speciali o chi ha partecipato più volte? La Parigi-Dakar non è una gara qualunque, sono troppi gli ingredienti azzeccati che la compongono: partenza da Parigi, a due passi dalla torre Eiffel, attraversamento del deserto tra spazi sconfinati e insidie sempre in agguato, tappe lunghissime, dieci mila km di media tra partenza e arrivo, conclusione nella brulicante Dakar, la capitale del Senegal, nei pressi del suggestivo lago Rosa, mezzi e uomini sottoposti ad ogni sorta di stress. Che piaccia di più nella versione originale lo ha detto la sua storia. Si è cercato di rinnovarla attraversando l’intero continente nero e portando il traguardo a Città del Capo (nel ’92), si è tentato il tragitto andata e ritorno Parigi-Dakar-Parigi (nel ’94), si è proposto la versione interamente africana Dakar-Agades-Dakar (nel ’97), si è attraversato il nordafrica da ovest ed est per andare da Dakar a Il Cairo (nel 2000) ma ognuno di questi esperimenti ha sempre lasciato un po’ di amaro in bocca tanto che nessuno è mai stato ripetuto.
Quella in corso è una Parigi-Dakar classica, quanto più possibile prima maniera, manca magari l’Algeria ma sono state eliminate le assistenze con l’aereo e chi vuole pezzi di ricambio se li deve far portare, sul medesimo percorso, da auto o camion di assistenza. Così l’aveva concepita Sabine, così è la vera gara-avventura. "Il prossimo passo dovrebbe essere l’eliminazione della possibilità di cambiare l’intero motore" è il parere di Sandro Dall’Ara, l’importatore Honda nel ’94 a fianco dell’attuale leader Fabrizio Meoni (che concluse terzo) e quest’anno nell’avventura con lo statunitense Campbell "perchè i piloti ufficiali, in occasione della giornata di riposo intermedio, buttano il vecchio propulsore e ripartono col nuovo, c’è troppa disparità rispetto al pilota privato o comunque con minori possibilità". Questa del 2001 è la 23a edizione del rally, la prima risale al ’79, l’esordio per gli italiani è datato ’83, il migliore risultò il parmense Andrea Balestrieri, 24°.
L’anno successivo iniziò la sua avventura Alessandro "Ciro" De Petri, l’odontotecnico volante di Costa Volpino che segnò, con le sue imprese, le vicende della corsa. Non riuscì mai a vincerla ma fu tra i più veloci, stabilì il record di vittorie di tappa, di piazzò 5° nell’86 e 3° nel ’90, una volta venne anche squalificato, in più occasioni rientrò in Italia anzitempo col fisico a pezzi dopo incredibili capitomboli. Ha anche rischiato la vita, dopo un brutto volo, ma non alla Dakar, al Rally dei Faraoni del ’92. E’ rimasto a lungo in coma ma poi, piano piano, si è ripreso ed è anche tornato a gareggiare alla Dakar, nel ’94, classificandosi 31°. Il cosidetto mal d’Africa lui sa cos’è, nonostante tutti gli incidenti ogni volta che si avvicinava la corsa scattava l’attrazione fatale, irresistibile. De Petri è il prototipo del pilota dakariano, quello irriducibile, mai domo. Ecco cosa affermò quando, dopo una caduta in cui si fratturò la spalla, risalì in sella con caparbietà e proseguì: "non volevo atteggiarmi ad eroe e non sono un incosciente matricolato, è stata la reazione di chi, negando l’evidenza, vuole a tutti i costi credere di avere ancora qualche speranza, di poter andare comunque avanti, di non vedere sfumare in un attimo quello per cui ha lavorato per mesi. Toccando la spalla mi ero reso conto che era sicuramente rotta ma era tale la rabbia che sentivo la forza di continuare la corsa, magari con una fasciatura. Questa reazione, apparentemente incomprensibile, è normale alla Dakar, dove i limiti umani cambiano metro, si accrescono. In altre circostanze mi sarei probabilmente fermato per molto meno, ma in Africa, alla Dakar, la voglia di andare avanti ti trasforma, ti carica, ti rende capace di azioni al di sopra delle tue capacità."
"E’ vero, questa gara ti fa crescere più come uomo che come pilota" conferma Giulio Verzeletti, il classico privato che corre senza velleità di classifica ma con l’obiettivo di arrivare in fondo. Lui, 43enne imprenditore di Telgate, ce l’ha fatta due volte su quattro tentativi, l’ultima volta dodici mesi fa. "Ti porta" prosegue "a saper risolvere ogni situazione, a trovare dentro te stesso risorse che non conoscevi, a superare meglio le avversità. In questo senso è una palestra di vita. Quest’anno i troppi impegni mi hanno impedito di parteciparvi e una certa nostalgia la provo, la seguo così su internet e alcune volte ci passo ore senza neppure accorgermene. In novembre ho corso il Rally del Dubai, negli Emirati Arabi, ma che differenza! La Dakar è un’altra storia, in certe tappe passano ore senza vedere e incontrare nessuno, sei lì in mezzo alle dune, solo. Sarò sulla strada giusta, cominci a chiederti, e poi il pensiero diventa sempre più ossessivo, sono sensazioni incredibili."
L’elenco dei bergamaschi che simili sensazioni le hanno provate è lungo, sia in moto che in auto come in camion. Il momento di maggior gloria lo hanno vissuto Giacomo Vismara e Giulio Minelli nell’86, quando vinsero nella categoria camion, ottimi risultati hanno ottenuto tra le moto, oltre a De Petri, anche Andrea Marinoni, Beppe Gualini, Franco Gualdi, Angelo Signorelli, Walter Surini, attualmente il nostro pilota di punta è diventato Giovanni Sala, l’ultimo degli enduristi rimasto stregato da questa specialità. Ma la gara ha anche segnato col sangue la storia del motociclismo orobico. E’ successo ormai 15 anni fa, nell’86, quando perse la vita il seriano Gianpaolo Marinoni. Era caduto malamente nell’ultima breve tappa ma si era ripreso e aveva terminato la corsa, buon 12° assoluto. Lo hanno portato all’ospedale di Dakar, non sembrava nulla di grave invece aveva riportato lesioni interne, si era tentato un intervento d’urgenza al fegato ma ormai era troppo tardi. L’episodio gettò a lungo l’ambiente nello sconforto ma la passione, anche quella volta, alla fine ebbe il sopravvento, in tanti continuarono a gareggiare, in buon numero si presentarono sulla linea di partenza delle successive Parigi-Dakar.
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