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8 giugno 2003

 

TOURIST TROPHY, UNA FOLLIA IN SALSA INGLESE

pure stavolta la gara ha chiesto il suo tributo di sangue col decesso, durante le prove, del suo ultimo campione, David Jefferies

 

di Giovanni Cortinovis (L'Eco di Bergamo)

 

I due estremi del motociclismo sportivo s'incrociano in questo fine settimana. Si è chiuso venerdì, dopo sette giorni di gare, il Tourist Trophy, la corsa su strada più famosa del mondo. Il medesimo giorno sono iniziate le prove libere del Gran Premio d'Italia che si corre oggi. Da un lato il rischio come componente inscindibile per moto che viaggiano ad una media di 200 orari, con punte superiori ai 300 km/h, su un percorso cittadino. Dall'altro un'attenzione massima per la sicurezza (incapace tuttavia di evitare drammi come quello di Katoh) per moto che raggiungono una velocità massima di 330 km/h. 

 

Due universi paralleli che una volta facevano parte della stessa famiglia. Fino al '76 il Agostini vinse a TT dieci volte Tourist Trophy costituiva infatti la tappa inglese del Motomondiale. In quegli anni Giacomo Agostini si impose 10 volte. Ma i morti iniziavano ad essere troppi. Il rifiuto dei migliori piloti del campionato a correre su questo tracciato spinse gli inglesi a spostare il Gran Premio d'Inghilterra a Silverstone.

 

La prima edizione del Tourist Trophy. risale al 1907, quando un gruppo di inglesi decise di organizzare una corsa su strada. Il divieto di organizzare simili eventi in Inghilterra convinse i promotori a spostare la competizione sull'Isola di Man, dotata di una normativa più permissiva. Il circuito, che misura 60.723 metri, è lo stesso dal 1920. I piloti partono uno alla volta, distanziati di 10 secondi. Il percorso è costituito da strade che durante l'anno sono aperte al traffico. Marciapiedi, tombini, binari e avallamenti del terreno impreziosiscono la sede stradale. Alberi, cartelli stradali, pali della luce, muretti, siepi e semafori costituiscono la cornice in cui si snoda il percorso. Ad assistere alle gare decine di migliaia di tifosi, appostati ovunque. 
Una follia. Ma anche una fonte ineguagliabile di fascino. Ogni anno oltre 40 mila motociclisti da tutta Europa sbarcano sull'isola per assistere alle gare e provare i tratti più famosi del circuito. Dopo i turni quotidiani di prova e la domenica, giorno privo di gare, il "Mad Sunday", il percorso viene lasciato a disposizione del pubblico. Ci vuole grande fegato, probabilmente anche un po' di incoscienza, per affrontare questo percorso con il gas spalancato. 

 

Nel corso dei decenni sono nate numerose leggende. Piloti che hanno saputo abbinare il coraggio alla resistenza - alcune gare si svolgono su 6 giri, oltre 360 km - la classe alla freddezza. L'ultimo idolo, David Jefferies, dominatore assoluto delle ultime stagioni e autore del record del tracciato (205 km/h con una Suzuki 1000) si è schiantato nelle prove della settimana scorsa contro un muretto. E' la 198ª vittima nella storia della corsa. Il triste conteggio è salito a 199, perché lunedì uno svizzero è morto durante il giro d'onore delle vecchie glorie.

 

A Valentino Rossi qualche anno fa è stato chiesto se intendesse un giorno correre il Tourist Trophy. Il campione di Tavullia ha risposto senza esitare: «Non sono così pazzo da rischiare la vita in una gara del genere». Sebbene infatti nel Motomondiale le maggiori potenze delle moto - quasi 220 cavalli contro i 190 del Tourist Trophy - producano punte di velocità massima superiori, i piloti scendono in pista con la consapevolezza che il livello di rischio è minimo. Nell'ultimo decennio è stato fatto moltissimo per la sicurezza, aumentando il numero delle vie di fuga, eliminando i muretti e rifacendo più volte gli asfalti. Grazie a queste migliorie e all'ottimo lavoro svolto dalla Clinica Mobile del dottor Costa, negli ultimi vent'anni, durante le prove del Mondiale, meno di una decina di piloti sono morti o rimasti gravemente feriti. Un'inezia rispetto al Tourist Trophy, sul quale il popolo dei motociclisti è spaccato in due. Molti pensano che per correre siano sufficienti le piste e che non abbia senso rischiare la pelle sulle strade, anche se chiuse al traffico. Altri, più numerosi di quanto si pensi, sostengono invece che il Tourist Trophy sia la corsa più affascinante del mondo.

 

La mentalità anglosassone può aiutarci a capire il fenomeno. Quando, nel luglio del 2000, si diffuse la notizia che Joey Dunlop era morto in una corsa su strada in Estonia, il dolore per la perdita accomunò migliaia di motociclisti. Dunlop era infatti il primatista di vittorie nel Tourist Trophy con 24 successi, l'ultimo ottenuto a 48 anni, pochi mesi prima di morire. Per queste ragioni era soprannominato «King of the roads». 
Alla notizia della morte di Dunlop il ministro dello sport inglese dichiarò: «Sono scioccato. Joey era uno splendido ambasciatore per lo sport».