Carlo Ubbiali

data di nascita - 22 settembre 1929

residenza - Bergamo

inizio attività agonistica - 1947

PROFILO

 

 Carlo Ubbiali, classe 1929, inizia a correre nell’immediato Dopoguerra, da giovanissimo. Fa parte di una famiglia con la passione per le moto nel sangue, ha talento da vendere e ci mette ben poco a mettersi in evidenza. All’inizio alterna la regolarità con la velocità, sempre con ottimi risultati. Partecipa al circuito delle Mura, vince, ma viene squalificato perché non ha ancora compiuto 18 anni. Qualche mese dopo corre e vince sul circuito della Fiera Campionaria. E’ in sella alla Mv, gliela ha affidata il conte Domenico Agusta dopo che un suo pilota aveva dato forfait. Nel settembre ’49, su Mv 125, partecipa alla Sei Giorni di regolarità nel Galles e guadagna la medaglia d’oro. Poco dopo, alla Valli Bergamasche, risulta terzo. Passa alla Mondial e nel 1950 vince il primo Gran premio, in Irlanda del Nord. L’anno dopo ecco il primo titolo mondiale, la gara decisiva si disputa a Monza, per il "cinesino" (come veniva chiamato per il fisico esile e gli occhi a mandorla) è il trionfo. Per il secondo iride bisognerà aspettare qualche anno, arriva nel ’55, dopo il ritorno alla Mv. La stagione successiva infila vittorie a raffica conquista la prima doppietta mondiale, 125 e 250. Si ripeterà nel ’59 e nel ’60 mentre nel ’58 farà suo solo il titolo della ottavo di litro. Saranno complessivamente 39 i Gran premi dove taglierà per primo il traguardo, nel mondiale risulterà anche quattro volte secondo e tre volte terzo, otterrà diversi titoli italiani, riuscirà ad eccellere anche al famigerato Tourist Trophy dell’Isola di Man vincendo in cinque occasioni. Ubbiali ha lasciato le corse al termine del 1960, a poco più di trent’anni, ancora in ottima efficienza, tra lo stupore generale. Ad indurlo alla scelta la morte del fratello Maurizio, suo consigliere e manager, cui era legatissimo, da tempo ammalato.

 

 


 

 

INTERVISTA luglio 2000

 

"LOCATELLI PUO’ FARCELA,

 VALENTINO E’ UN FENOMENO"

 

Il campionato del mondo 2000 di motovelocità ha superato il giro di boa, mancano ancora sette sfide prima che vengano emessi i verdetti finali, in questo fine settimana il torneo torna sulla scena proponendo il Gran premio di Germania, gara numero dieci, ospitata sulla pista del Sachsenring. E’ il momento buono per fare il punto della situazione e cercare di intuire, confortati da un consulente d’eccezione, quali sviluppi ci possiamo aspettare e chi potrebbero essere i vincitori finali. E’ a Carletto Ubbiali, nove volte campione del mondo tra il 1951 ed il 1960, che ci siamo rivolti. Abbandonate le gare quarant’anni fa, il fuoriclasse bergamasco è rientrato nel mondo delle corse su pista tre anni or sono, in qualità di "sport adviser", consigliere agonistico a tutto campo, del team Honda Lcr Givi di Lucio Cecchinello, una delle formazioni più quotate della classe 125. "Anche quest’anno stiamo assistendo ad un campionato del mondo assai interessante" è il suo parere "e in tutte le tre cilindrate i giochi sono ancora aperti, tanto meglio per lo spettacolo. La 500, in particolare, era parecchio che non risultava così avvincente per gli appassionati italiani, con tre dei nostri migliori piloti, Max Biaggi, Loris Capirossi e Valentino Rossi, che sono spesso e volentieri tra i protagonisti dando un ulteriore impulso alla crescita del settore." - Partiamo proprio da loro e dalla mezzo litro. Qual’è il suo parere su questi tre piloti e come potrebbe concludersi il campionato? "Mi ha veramente stupito in positivo Loris Capirossi. Dopo una decina d’anni ai vertici i piloti sono solitamente logorati, demotivati, un processo inevitabile considerando i ritmi e lo stress cui si è sottoposti durante le gare e durante le interminabili trasferte. Lui ha invece saputo dimostrarsi ancora voglioso e determinato, comportandosi ottimamente in alcune occasioni e sfoderando una grinta che non mi aspettavo. Biaggi lo considero un vero fuoriclasse, l’ho sempre stimato molto e mi dispiace che risulti un po’ antipatico e che non piaccia troppo alla gente. Valentino Rossi è proprio un fenomeno. Tanto per cominciare ha fatto bene a passare subito alla massima cilindrata, ha il fisico adatto e il suo unico handicap è attualmente l’età, è troppo giovane. Ma è sveglio, impara in fretta, sa correre, sa parlare, sa comportarsi. Inoltre ha trovato una stagione giusta per inserirsi in quanto il campione in carica, lo spagnolo Criville, è un po' spento, non mi sembrano al top neppure gli altri stranieri, solo lo statunitense Roberts è veramente pericoloso. Non escludo addirittura, se incappano in qualche stop Roberts e Checa, che riesca a sfiorare la vetta e magari anche a battere tutti." - Nella 250 gli azzurri arrancano, il migliore è Melandri, settimo... "In questa cilindrata più che sul pilota punterei sul mezzo, la Yamaha. Sarà sicuramente un conduttore di questa marca ad assicurarsi il successo finale, potrà essere il francese Jacque come il giapponese Nakano, ma non penso che la Honda riuscirà a contrastare questi due." - Ed eccoci alla 125. I tifosi bergamaschi sono ovviamente tutti con Robi Locatelli, al momento secondo, fino alla gara britannica di Donington leader provvisorio. Sarà per lui l’anno giusto? "Nella 125 è veramente difficile sbilanciarsi. I piloti che possono aggiudicarsi il titolo sono ben sei e, ora come ora, ognuno di loro può farcela. Parliamo di Locatelli, del giapponese Ui, di Giansanti, del campione ’99 Alzamora, di Azuma e del pilota del mio team, Ueda. Nelle prossime gare, tra alti e bassi, ciascuno di loro può avvantaggiarsi come precipitare in classifica, chi saprà abbinare abilità ad un pizzico di fortuna potrà avere il sopravvento." - Volendo indicare una percentuale per Locatelli a che cifra se la sente di arrivare? "Non vedo abissali differenze tra questi sei. Anzi, se proprio dovessi sceglierne necessariamente uno solo io, allo stato attuale, punterei su Ui. Ha vinto quattro gare su dieci e la sua moto va forte." - Che consiglio darebbe, allora, a Locatelli? "Non ho consigli da dargli, è un validissimo pilota. L’unico piccolo difetto è l’eccessiva emozione che lo attanaglia quando si trova al comando di una gara, ma è una sensazione che provano tutti, probabilmente inevitabile. Sapendo comunque dominarla meglio, può fare un ulteriore salto di qualità." - E la sua squadra come va? "Siamo complessivamente soddisfatti. I nostri piloti Cecchinello e Ueda non sono più giovanissimi ma vanno ancora forte. Attualmente Ueda è quinto, con due secondi ed un terzo all’attivo, mentre Cecchinello è dodicesimo. La caratteristica principale della squadra è l’estrema armonia, c’è reciproca stima tra ogni componente, anche gli sponsor sono soddisfatti dei nostri risultati e anno dopo anno miglioriamo continuamente." - Quali sono i suoi compiti? "Seguo un po’ tutto ciò che riguarda l’aspetto sportivo: la meccanica, la ciclistica, la telemetria, la scelta delle gomme, do' consigli sulla condotta di gara a seconda delle caratteristiche dei circuiti e in base alla situazione, etc." - Questa attività le consente di restare a contatto con quel mondo che tante soddisfazioni le ha regalato nel passato... "E’ vero, anche se da allora è cambiato praticamente tutto. Noi eravamo tipi chiusi, introversi, quasi ruvidi. Adesso si parla troppo, spesso a vanvera, si compra tutto, le tute sono corazze, le piste sono biliardi, senza buche e muretti, le curve, poi, sono sette o otto, allora erano tantissime. La parte che più mi pesa di questo lavoro sono le trasferte, tant’è vero che il mio accordo ne prevede pochissime di quelle oltreoceano. Mi sfiancano, sono troppo logoranti. Qualche volta però devo proprio affrontarle, fa parte del gioco." - C’è qualcuno tra i migliori piloti del momento che le ricorda il giovane Ubbiali? "Beh, forse un po’ Valentino Rossi. Trovo delle cose in comune, la grande differenza riguarda il modo di fare, lui è più socievole, espansivo, più aperto. Per il resto mi piace molto, non trova scuse quando va male, lancia frecciatine ma con stile, insomma si fa apprezzare." - C’è ancora qualche sogno nel cassetto di Carlo Ubbiali? "No, niente di speciale. - Un altro titolo come dirigente di team, no? "Certo se riuscissimo anche in quest’impresa mi farebbe molto piacere ma non posso considerarlo un sogno nel cassetto."

 

Danilo Sechi

 

 



 

Aneddoti e ricordi in prima persona di una straordinaria carriera

 

CARLO UBBIALI RACCONTA CARLO UBBIALI

 

(dal quotidiano "Il Giornale di Bergamo oggi" dell'agosto 1989)

 

La mia fortuna è dipesa soprattutto dalla disponibilità del comandante la Squadra Mobile di Bergamo nel 1947. Ero garzone in una piccola officina di riparatori di motociclette (rare a quei tempi) quando ho saputo che il capitano De Luca, allora comandante la Squadra Mobile di Bergamo, aveva in un magazzino una vecchia motocicletta Dkw 125 cc.; il mio grosso problema fu subito quello di recarmi in Questura per vedere se il capo della Polizia era disposto a prestarmela per disputare il circuito delle Mura di Bergamo.

Con la tuta da lavoro e tutto sporco mi feci coraggio e raggiunsi gli uffici di Via Mario Bianco per fare la mia richiesta. Un poliziotto mi accompagnò nell’ufficio di De Luca e ricordo che ero tanto piccolo che dovevo stare in piedi, perché diversamente non avrei visto il funzionario dietro la scrivania.

Alla mia richiesta di prestarmi la moto, con la promessa che l’avrei verniciata a nuovo dopo la corsa, il capitano balzò in piedi e mi chiese quanti anni avessi. Io, prontissimo, sparai una grande bugia: "Diciotto appena compiuti, signore!". In effetti ne avevo solo diciassette, ma essendo nato a settembre avevo corretto il "nove" del mese di nascita con un "tre" così sulla carta d’identità risultava che ero nato sei mesi prima.

De Luca tergiversò qualche minuto e dopo aver avuto di nuovo l’assicurazione da parte mia che avrei messo a nuovo il piccolo "rottame", mi fece accompagnare da un poliziotto a prendere la moto in una cantina. Quel giorno ero l’uomo più felice del mondo, presi la motocicletta e corsi in officina a smontarla tutta, pezzo per pezzo.

Per metterla in sesto lavorai tre mesi di lima e di carta vetrata, sinchè arrivò il giorno del grande debutto.

Mi presentai sulle "mura" con un abbigliamento da clown: avevo un casco da carrista nel quale la mia testa ci stava due volte, un paio di calzoni in pelle che mi arrivavano al collo ed un giubbino che mi arrivava agli stivali.

Ero piccolo e mingherlino e tutto il pubblico mi guardava con curiosità: avevo una paura terribile.

Schierate con me c’erano le Mv ufficiali, le Guzzi, le Galera e tutti i piloti, tra i quali Priamo e Nencioni, mi guardavano con sufficienza, dall’alto in basso.

Era il 30 marzo del 1947.  Come si abbassò la bandiera dello starter mi misi a correre come un dannato con la paura che gli altri mi prendessero, al primo giro avevo già un centinaio di metri sul gruppo degli inseguitori, ma non mi voltavo mai indietro perché ero terrorizzato.

Alla fine della gara avevo doppiato tutti i miei avversari, avevo fatto tutta la corso in testa. Partito sconosciuto, all’arrivo ero già un idolo. La fortuna aiuta sempre gli audaci ed io senza dubbio sono certamente un audace, ma in quell’occasione la dea bendata mi girò le spalle e dopo un paio di mesi mi piombò tra capo e colla la squalifica per aver falsificato la carta d’identità.

Riportai con un certo senso di nostalgia la piccola Dkw al commissario De Luca, non senza il timore di essere rimbrottato, ma anche il funzionario inaspettatamente si complimentò per la mia prestazione sulle mura cittadine. Senza moto mi dedicai allora alla regolarità e vinsi nel 1949 la Sei Giorni Internazionale.

La velocità restava il mio pallino principale e finalmente alla Fiera del ciclo e motociclo di Milano fui avvicinato dal Conte Augusta, costruttore delle moto Mv, che mi propose di correre con una delle sue motociclette. Quel giorno cominciai ad entrare nella storia del motociclismo sportivo.

Quando ho iniziato a correre nel campionato del mondo avevo avversari di tutto rispetto e già affermati, tra i quali Gianni Leoni e Bruno Ruffo. Io ero stato ingaggiato da poco alla Mondial che aveva sede a Milano in corso Vercelli. Alla Mondial sono stato tre anni dal 1950 al 1952 compreso e con la casa milanese ho vinto il campionato italiano di velocità nel 1950 e nello stesso anno ho perso per poco il mondiale, perché avevo in dotazione una moto non carenata che sviluppava una velocità di quindici-venti chilometri orari in meno rispetto alle moto ufficiali con carenatura completa a "campana".

A quei tempi la lotta tra Mondial, Mv, Morini e Guzzi era tremenda perché i piloti erano fortissimi e le moto avevano delle potenze che si equiparavano: a quel punto vinceva più la testa che il motore. Nel 1951 ho vinto sia il campionato italiano che quello mondiale della 125cc sempre in sella alla Mondial. Allora le prove del mondiale erano sette e io ne avevo vinte tre piazzandomi due volte secondo e ritirandomi due volte.

I miei avversari erano Emilio Mendogni e Dario Ambrosini in sella alle velocissime Morini e Bill Lomas e Cecil Sandford sulle Mv. Il 1952 e il 1953 sono stati gli anni più oscuri della mia carriera perché una caduta con sette fratture ha fermato per diverso tempo la mia attività agonistica.

Nel 1954 sono passato alla Mv dove ho vinto otto dei miei titoli mondiali. Ero in uno squadrone tra i più forti della storia del motociclismo con Cecil Sandford, Remo Venturi, Umberto Masetti e lo svizzero Bruno Taveri. Nostra avversaria era la tedesca occidentale Nsu che vantava pure uno squadrone di validi piloti tra i quali Mueller, Wattisberger e un certo John Surtess (l’unico pilota al mondo a vincere un campionato iridato sia in moto con la Mv 500, sia in auto con la Ferrari).

A Monza era in palio il titolo mondiale riservato alle case costruttrici: chi arrivava primo tra una Mv e una Nsu era campione del mondo. Purtroppo le nostre Mv giravano con tre secondi di ritardo al giro nei confronti dei tempi registrati dalle moto tedesche. Nella notte ci fu una riunione alla quale parteciparono tutti i fratelli Agusta e lo sfaff tecnico della Mv Agusta. Seppi solo più tardi che il capo dei tecnici Cella segnalò ai conti Agusta che in squadra c’era un solo pilota che poteva ostacolare la marcia trionfale delle Nsu e aveva suggerito il mio nome. La mattina mi fecero correre con la 125 e vinsi alla grande il Gran Premio di Monza, poi, nel pomeriggio, i dirigenti tolsero la moto a Venturi e la diedero a me.

Non fu certo una corsa, ma una vera battaglia, perché al primo giro nello spazio di trenta metri erano in nove. Cominciai a tirare come un dannato e finalmente verso il ventesimo giro il gruppo si era sfoltito sino ad arrivare all’ultimo giro io secondo e Wattisberger primo. Ci presentammo sulla retta d’arrivo ruota a ruota e nel volatone sul rettilineo dei box vinsi, per pochi centimetri, la prima gara che correvo sulle 250cc. Da quel giorno la mia carriera non ha più avuto incertezze, perché in sei anni ho vinto otto campionati del mondo e una decina di campionati italiani.

In chiusura devo anche ricordare che, a tempo perso, sono stato uno dei primi italiani a vincere una medaglia d’oro alla Sei Giorni di regolarità, alla quale ho partecipato nel 1949.

 

Carlo Ubbiali

 

 

 

 

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