Giacomo Agostini

 

data di nascita - 16 giugno 1942

luogo di nascita - Brescia

luogo di residenza - Bergamo

inizio attività sportiva - 1960

PROFILO

prima vittoria - 1963 

(gara tricolore in salita Bologna-San Luca)

esordio mondiale - 1963 

(Gp delle Nazioni a Monza)

primo successo mondiale - 1965 

(Gp di Germania a Nurburgring)

titoli mondiali vinti - 15 

8 nella classe 500

(1966, 1967, 1968, 1969, 1970, 1971, 1972, 1975)

7 nella classe 350

(1968, 1969, 1970, 1971, 1972, 1973, 1974)

Gran premi vinti  - 123

(68 nella classe 500, 54 nella classe 350, 1 nella classe 750) 

4 nel ’65 (Mv Agusta)

6 nel ’66 (Mv Agusta)

6 nel ’67 (Mv Agusta)

17 nel ’68 (Mv Agusta)

18 nel ’69 (Mv Agusta)

19 nel ’70 (Mv Agusta)

14 nel ’71 (Mv Agusta) 

17 nel ’72 (Mv Agusta)

7 nel ’73 (Mv Agusta)

6 nel ’74 (Yamaha)

5 nel ’75 (Yamaha)

2 nel ’76 (Yamaha)

1 nel ’77 (Yamaha)

Gran premi disputati - 178

Gare ufficiali vinte - 312

podi mondiali - 38

titoli italiani vinti - 18 (due dei quali nella categoria junior) tra il 1963 e il 1977 con quattro doppiette (350 e 500) nel 1963,1970, 1971 e 1972

vittorie al Tourist Trophy - 10

termine attività sportiva - 1977

titoli mondiali vinti come team manager 3

(1985, 1986, 1988) con pilota Eddy Lawson su Yamaha

ha anche corso in auto nel 1978 nel campionato di F.2 (su Chevron), nel 1979 e nel 1980 nel campionato Aurora con vetture di F.1 (su Williams)

 


 

INTERVISTA novembre 2003

 

ROSSI SAPRA' FARSI VALERE ANCHE SULLA YAMAHA

"la casa del diapason non sarà grande come la Honda ma ha comunque grandi tecnici e grandi potenzialità" - "male male che vada uno come Rossi lotterà per secondo posto ma, si sa, lui è condannato a vincere"

 

di Danilo Sechi 

 

Il campionato del mondo di motovelocità è terminato da neppure dieci giorni e già i numerosi appassionati del settore hanno cominciato il conto alla rovescia relativo a quello 2004. Ad alimentare l’attesa è soprattutto il passaggio del campionissimo della disciplina, Valentino Rossi, dalla Honda, la moto numero uno della classe regina, la MotoGp, alla Yamaha, l’altro colosso giapponese a digiuno da anni, dai tempi di Rainey. Ieri l’accordo tra Vale e la Honda, da settimane nell’aria, è stato alfine ufficializzato, per le due prossime stagioni l’asso di Tavullia punterà ad incrementare il suo già eccezionale "palmares" con la YZF-M1 della casa di Iwata.

 

Saprà Rossi, che con i suoi exploit si è guadagnato i galloni di migliore del lotto, vincere anche con una marca attualmente meno il 15 volte iridato Giacomo Agostini quotata? Saprà Rossi vincere quella sfida non riuscita negli anni scorsi al grande rivale Max Biaggi? Saprà Rossi far diventare più equilibrato un torneo che quest’anno è stato molto avvincente ma che lo ha visto trionfare in nove occasioni su sedici?

 

 

Tutte domande che abbiamo girato al più grande di tutti i tempi, il mitico fuoriclasse bergamasco Giacomo Agostini, 15 volte iridato e detentore di un incredibile mole di record e primati, sempre vicino al mondo delle corse e attualmente testimonial della MV Agusta.

 

- La nuova accoppiata Rossi-Yamaha, secondo lei, risulterà subito vincente, avrà bisogno di tempo o, addirittura, non produrrà risultati importanti?
"E’ difficile sbilanciarsi in questo momento. Dipende dal livello in cui si trova attualmente la Yamaha, dipende dai motori ai quali sta lavorando per la prossima stagione, dipende da come procederà lo sviluppo del mezzo 2004. Talvolta, si sa, le ciambelle riescono col buco, altre volte no. Io ho un bellissimo ricordo dei miei trascorsi in Yamaha. Ho lasciato la MV, sono passato alla Yamaha e ho vinto tutto. Anche Rossi potrebbe ripetere questo percorso. La Yamaha è una grande casa, certo non è grande come la Honda ma ha tutte le carte in regola per poter tornare la numero uno del motomondiale. Che Rossi possa fare bene non ho dubbi, non arriverà certamente a metà gruppo, male che vada, al limite, lotterà per il secondo o il terzo posto piuttosto che per il primo. Peggio non potrà proprio fare ma lui, è evidente, è condannato a vincere. Ovviamente alla Honda aveva già tutti i riferimenti per riuscirci, alla Yamaha molti dovrà ricostruirli, certamente la sua sfida è coraggiosa e appassionante, merita di riuscire".
- Il fatto di contare sullo stesso capo tecnico Burgess e su altri componenti della sua vecchia squadra, potrà risultare determinante per l’esito della sua impresa?
"La Yamaha vanta grandi tecnici, alcuni sono ancora gli stessi che hanno lavorato con me e per me e coi quali sono rimasto in ottimi rapporti. Certo poter continuare un rapporto, assai proficuo, con chi si conosce bene è meglio che voltare pagina ma questo non sempre è determinante. Anch’io, al passaggio alla Yamaha, avrei voluto portare i miei tecnici della MV ma allora non fu possibile, andavo in Giappone, andavo lontano, allora nessuno sceglieva di lasciare così le famiglie".
- Da qualcuno questa svolta di Rossi è stata un po’ paragonata alla sua quando lasciò la MV...
"La mia fu una scelta tecnica, fece la differenza il desiderio di passare al motore a due tempi che allora stava irrompendo sulla scena e che appariva inarrivabile dal 4 tempi. In questo caso, precisato che non mi pare si possa parlare di scelta economica,Rossi porterà il numero 46 anche sulla Yamaha direi che a spingere Rossi è stata la voglia di mettersi alla prova, di affrontare una nuova esaltante sfida. Poi i motivi veri e profondi sono difficili da individuare, si possono fare supposizioni ma fondamentalmente a farlo decidere è stato sicuramente un mix di più fattori".
- Nel campionato 2003 la Honda ha vinto in MotoGp quindici gare su sedici. Ma l’attuale divario tra Honda e Yamaha è così marcato?
"E’ proprio per questo che bisogna definire coraggiosa la scelta di Valentino. Quanti altri avrebbero operato tale cambiamento nella medesima situazione? In ogni caso, se le moto sono entrambe competitive, è il pilota che fa la differenza, questo è indubbio ed è bello - per il bene del motociclismo - che sia così. Un’altra cosa: adesso che la Yamaha ha preso Rossi deve per forza vincere, altrimenti la sua immagine ne risulterebbe pesantemente penalizzata".
- Se Rossi riuscisse a vincere anche l’anno prossimo o nel 2005, a quel punto, il primato di Agostini di più grande pilota di tutti i tempi potrebbe vacillare o no?
"Sono classifiche difficili da stilare, il confronto non è immaginabile. Ognuno è il più grande del suo periodo".
- Le procura qualche fastidio quando qualche suo record viene insidiato?
"Per il momento capita assai raramente. Certo se Rossi o qualcun’altro riuscisse a superare i miei 15 titoli mondiali avrei un piccolo dispiacere però, nel contempo, lo ammirerei e applauderei. Avrebbe messo a segno una impresa straordinaria, da levarsi il cappello".
- Rossi e Biaggi, è davanti agli occhi di tutti, non si sopportano. Anche lei aveva qualche avversario che un po’ odiava?
"In gara non andavo d’accordo con nessuno ed in particolare la mia rivalità si concentrò su Mike Hailwood ma giù dalla sella non ho mai coltivato particolari inimicizie".

 

 

 


 

CARRIERA

 

INEGUAGLIABILE SOTTO OGNI PUNTO DI VISTA

 

La leggenda di Giacomo Agostini, il più grande motovelocista di tutti i tempi, inizia nel 1960, quando 18enne partecipa ad una gara di regolarità provinciale a Sant’Omobono Imagna. Ma è nelle gare in salita che arrivano i primi successi, nel ’63. "Mino" è dapprima secondo nella Trento-Bondone e quindi si impone nella Bologna-San Luca. Sarà la prima di una serie infinita di affermazioni. Alla fine della stagione il titolo italiano della montagna è suo, ha sbaragliato la concorrenza inanellando otto vittorie e due secondi. E non è tutto, anche il campionato di velocità juniores classe 175 lo vede primattore. La scelta di fare il corridore comincia a dare i suoi frutti. Il padre Aurelio, messo comunale a Lovere e proprietario di una torbiera, lo voleva ragioniere ma non ostacola l’irresistibile passione del suo Giacomino, il primo di tre maschi, e ben presto diventa il suo primo sostenitore. Anche la zia Agnese è con lui. La prima moto di Agostini è un Aquilotto Bianchi, poi arriverà un Paperino col quale prende parte alle prime gimkane, quindi un Morini "Rebello". 

 

Alla fine della stagione ’63 c’è già l’occasione di respiro internazionale. E’ il Gp delle Agostini sulla Mv 350 Nazioni a Monza dove la punta della Morini, Tarquinio Provini, è in lotta per il titolo della classe 250 col rhodesiano della Honda Jim Redman. La Morini tenta il gioco di squadra schierando il 21enne del Moto Club Bergamo e lui, per nulla intimorito, si porta in testa. Conduce per due giri ma è poi tradito dalla rottura di un bullone che fissa il tubo di scarico alla pedana. Nel ’64 Provini passa alla Benelli e Agostini diventa la prima guida Morini. Ripaga la fiducia vincendo il titolo tricolore della 250 con sei successi in sette prove. La monocilindrica bolognese va forte ma non è all’altezza delle pluricilindriche della concorrenza. Così, la stagione successiva, introdotto da Carlo Ubbiali, "Mino" entra alla MV Agusta, sarà un connubio lungo e molto proficuo. Diventa compagno di squadra del grande Mike Hailwood, il conte Domenico Agusta - consapevole di avere due galli nello stesso pollaio - affida la 350 al loverese e la 500 all’inglese. Sul circuito tedesco del Nurburgring matura la prima affermazione iridata, felice conclusione di un week end movimentato che lo ha visto realizzare un tempo mediocre, rompere il motore e i suoi meccanici passare la notte in bianco per ripararlo. Nelle gare successive lotta per il titolo contro Redman ma gli sfugge, complice un banale guasto elettrico nell’ultima decisiva prova in Giappone. 

 

L’appuntamento col primo titolo mondiale è rinviato al 1966. Matura l’11 settembre a Monza, a pochi km da casa e dalla MV, nella classe 500, a farne le spese è proprio il suo ex compagno Hailwwod, nel frattempo passato alla Honda. Questi si presenta al via con 3 punti di vantaggio nel campionato, rinuncia alla corsa della 350 - dove ha già un vantaggio notevole - e si concentra nella mezzo litro. Non gli andrà bene. Davanti a 50 mila spettatori, tantissimi dei quali bergamaschi con gli striscioni più variopinti, Agostini - reduce dalla vittoria nella 350, dove ha doppiato tutti, compresi Renzo Pasolini e Alberto Pagani - recupera un’infelice partenza, raggiunge Hailwwod e lo supera. Il 4 volte iridato non molla, realizza il giro più veloce a oltre 199 km di media ma poi soccombe, la sua Honda rompe il motore e deve rientrare ai box a piedi. Per Agostini è il trionfo, il secondo - l’altro inglese Williams - finirà a due giri, l’autodromo brianzolo si trasforma in una bolgia festosa. Sarà il primo titolo di quindici, un record imbattuto, forse imbattibile, anche perchè - ultimamente - è diventato pressochè impossibile riuscire ad essere competitivi in più classi. Nella 500 si ripetè ininterrottamente fino al ’72, quindi per sette anni, tra il ’68 ed il ’72 raddoppiò laureandosi anche nella classe 350, il binomio Agostini-MV Agusta divenne sinonimo di vittoria. Da campione in sella "Ago" diventa personaggio. Abile regista di se stesso si cala nella parte del simbolo del successo, diventa testimonial, si inventa attore, ambizioso e un po’ guascone si trova a suo agio tanto in officina che ospite negli studi televisivi, è un novello Re Mida che trasforma in oro tutto ciò che avvicina. 

 

E’ anche un bel ragazzo e pure nel ruolo di latin lover col casco è a proprio agio, nel momento culminante della carriera le ammiratrici arrivano a scrivergli 150-200 lettere a settimana. Ma si sa, quando si vince troppo, si può risultare antipatici. Secondo i suoi detrattori non ebbe veri rivali. "Ho battuto Hailwwod, Redman, Provini, Taveri, Bergamonti, Saarinen, Pasolini, Read, Sheene, Roberts, Lucchinelli, Ferrari. Ho vinto con la MV ma anche con la Yamaha" è la sua risposta, un po’ risentita. La sua carriera ebbe una svolta tra il ’72 ed il ’74, quando i rapporti con la Casa di Cascina Costa si incrinarono. A determinarlo dapprima l’arrivo del funanbolico finlandese Jarno Saarinen, che lo battè nel Gp di Nurburgring ’72 con la bicilindrica 350, poi, l’anno dopo, la sconfitta in campionato ad opera di un altro compagno di marca, l’inglese Phil Read. Non digerì, in particolare, che in alcuni Gp a lui fosse affidata la vecchia 430 derivata dalla 350 e al nuovo arrivato la nuova 500 4 cilindri. Dopo 13 anni era arrivato il momento di cambiare aria, di passare dai 4 ai 2 tempi. Ed ecco il clamoroso accordo con la Yamaha. Il passaggio non è indolore ma Agostini sa il fatto suo ed a Daytona, con una potente 750 provata pochissimo, batte l’astro nascente Kenny Roberts e poi si ripete nella 200 Miglia di Imola. Nella 350 fa suo il 14° iride nella stessa stagione, nella 500 ripete l’impresa l’anno successivo. 

 

E’ l’ultimo grande exploit, da quel momento inizia la discesa, culminata nel ’77 con la caduta al Mugello, in occasione di una prova tricolore. Sarà un segno del destino? Sta di fatto che Agostini lascia, a 35 anni. Del resto sugli infortuni ha sempre avuto un’idea ben precisa: "Devi stare molto attento ad evitarli, chi cade spesso non fa una gran carriera, anche quando ti riprendi i segni ti restano dentro, per prevenire ci vuole cautela con gli azzardi ma anche grande preparazione atletica". Tra il ’78 e l’80 ci prova con le monoposto, forse sogna di emulare Nuvolari, Varzi o Surtees. Corre in Formula 2 e nella Formula Aurora, la classe cadetta della F1, ma arriva solo qualche piazzamento. "Il passaggio alle quattro ruote fu un errore" saprà ammettere qualche tempo dopo. Saranno ancora le moto a fargli riassaporare il gusto del successo, in qualità di team manager, grazie alle vittorie dello statunitense Eddy Lawson nel mondiale 500 del 1985, del 1986 e del 1988. Sempre nell’88 cade anche il mito dello scapolo d’oro, a portarlo all’altare - a 46 anni - è una spagnola, l’affascinante Maria Ayso, di Jerez. E quando è arrivata la loro figlia non potevano che scegliere un nome: Vittoria. C’erano dubbi? 

 

Danilo Sechi

 

  


 

 

GIACOMO AGOSTINI VISTO DA GIACOMO AGOSTINI

 

(dall’Eco di Bergamo del 31 dicembre 1999)

 

La vita non finisce davvero mai di stupirmi; ho lasciato il mondo delle corse da oltre vent’anni, anche se sono rimasto nell’ambiente come commentatore televisivo e come dirigente di team, ma ultimamente ho dovuto rifare i conti con la mia carriera agonistica. In novembre ho ricevuto la nomination al titolo di "Atleta del Millennio" e la mia vita motociclistica mi è passata davanti come in un film; nascondere la soddisfazione per questo riconoscimento è impossibile. A Vienna, dove si è svolta la cerimonia di consegna di questi "Oscar millenari" dello sport, ho rappresentato l'Italia insieme a Dino Zoff, Deborah Compagnoni ed Alberto Tomba e soprattutto ho rappresentato il motociclismo, al quale ho dedicato gli anni migliori della mia vita.

 

Anni che mi hanno dato molto e non mi riferisco certamente solo ai risultati ottenuti nelle tante gare corse, ho girato il mondo, conosciuto luoghi e genti, ho imparato cose che mi hanno aiutato a crescere, a diventare ciò che oggi sono. Per questo credo che il tempo dedicato alle moto non sia stato tempo perso; vivere per lo sport non significa perdere qualcosa, anzi è uno stile che può arricchire. Purché si sappia dare ad ogni cosa la giusta importanza, la giusta misura. Anche per questo non ho mai abbandonato il mondo delle corse, mi sono creato nuovi spazi che devo riuscire a bilanciare con il tempo da dedicare al mio lavoro e soprattutto, questa è la cosa più importante, a quello da donare alla mia famiglia. Con una bimba di 10 anni ed un figlio di 5 stare lontano da casa per lunghi periodi è sempre difficile, adoro stare con loro e con mia moglie Maria, ma in fondo tutto ciò che faccio è anche per il loro futuro.

 

Continuo perciò ad occuparmi di moto e di motori, collaboro con la Rai seguendo i Gran premi e commentando le gare sotto il profilo tecnico e, fra due anni, tornerò a vivere il brivido della gara entrando nella dirigenza del team che la Mv Agusta staAgo con la nuova Mv F4 ricostruendo. Sarà un grande ritorno per questa casa costruttrice con cui ho vinto ben tredici mondiali e sarò felicissimo di vivere di nuovo il sapore della sfida.
Questi impegni mi portano a vivere a lungo fuori casa, ogni volta preparo e disfo le valigie da solo, come ho sempre fatto sin da ragazzo, ai miei esordi sui circuiti. Ma ogni volta lasciare Vittoria e Piergiacomo provoca un tuffo al cuore; è così bello restare con loro, essere complice dei loro giochi e delle loro fantasie, sentire i loro sogni per il futuro. Piergiacomo mi ha già assicurato che non farà il pilota, dice che è troppo rischioso; alle moto preferisce il calcio e l'hockey e non posso certo dire di essere dispiaciuto per queste idee che, vista la giovanissima età, sono in continuo cambiamento.
Non sono come potrei sopportare la tensione di vedere mio figlio su una moto, mentre corre ad altissima velocità; ma è inutile pensarci ora che è tanto piccolo.

 

Per i miei figli sogno una vita sportiva, però come sinonimo di vita sana, non intesa strettamente come carriera agonistica; io ho fatto una scelta che non deve essere vincolante per loro. Amo molto l'attività fisica in generale e, quando ho un po' di tempo libero, mi dedico al tennis e allo sci; ma tempo libero me ne resta davvero poco, l'impresa immobiliare che ho creato e la famiglia mi assorbono completamente e io sono felice di lasciarmi "catturare" dall'affetto della mia piccola "banda". Comunque negli sport che di tanto in tanto pratico non riesco a mettere la stessa passione, lo stesso entusiasmo e la stessa grinta di quando correvo in moto.
Quella era tutta un'altra cosa e al motociclismo devo molto: la capacità di riconoscere sempre il proprio limite, accompagnata da un po' di fortuna, mi hanno portato alla vittoria e al successo. Mi ha dato molte soddisfazioni, mi ha regalato gioie e mi ha permesso di vivere svolgendo il mio "lavoro" preferito. Inoltre questo sport mi ha anche fatto conoscere Maria, che ho incontrato durante una conferenza stampa in Spagna, suo paese d'origine. Cosa potevo pretendere di più?

 

Giacomo Agostini

 

 

 


 

 

Giacomo Agostini visto dal giornalista Ezio Pirazzini, una delle più famose "penne" del motociclismo (dal settimanale Motosprint)

 

Il portamento regale anche in sella e la grande padronanza del mezzo ne fecero un inimitabile idolo delle folle

CAVALIERE D'ACCIAIO

 

Non so se sia stato il più forte in assoluto di ogni tempo, perché ogni campione è commisurato all'epoca in cui è vissuto. Quindi ogni termine di comparazione è vietato. So però che è stato il più titolato, quello che ha vinto di più nell'intera storia del motociclismo. Su questo non esistono dubbi. E nessuno ha vinto tanti "Nazioni" quanto lui, ben 13, compresi nei suoi 122 Gran premi conquistati in un corollario di 15 titoli mondiali, forse un traguardo irraggiungibile per chiunque. Per lui è stato speso qualsiasi aggettivo, su lui sono stati scritti un'infinità di libri, io stesso mi sono cimentato a raccontarlo. Alludo a Giacomo Agostini, il campionissimo, il "latin lover" o il "Casanova" col casco in testa, più comunemente "Ago", non solo un pilota ma un simbolo sconfinato nel mito. Ma voglio parlare di lui ragazzino acqua e sapone, ancora spaurito per giorno in cui si presentò - il 15 settembre 1963 - a Monza, senza uno spicchio di gloria. Cominciava come partner di Provini e, proprio stretto nella morsa del compagno di scuderia e Redman, si ritirò perchè una pedana della sua Morini si era allentata mollando la ghiera del tubo di scarico. Quanto rammarico, ma neppure una lacrima. Il giovanotto nato a Brescia il 16 giugno 1942, poi trasmigrato a Lovere, già sapeva quanto la strada del pilota fosse irta di insidie. Io l'avevo conosciuto campioncino sui tornanti della Bologna-San Luca quando si arrampicava con agile bravura infrangendo il mito di Damiani, una specie di Charlie Gaul del motore. 

 

Da quel momento il ragazzo, coi capelli lunghi ma ben curati e lindo nell'aspetto, comprese che era destinato ad una clamorosa recita. Gli rafforzò questa sua convinzione anche un costruttore, pilota e creatore nello stesso tempo: Alfonso Morini, uomo di poche parole ma di grande sapienza. Fu lui a dargli la prima vera moto e a sostenerlo, soprattutto quando - nel 1964 - Provini passò alla Benelli. Riconoscente al suo Pigmalione, Agostini ricambiò la fiducia conquistando da dominatore il campionato italiano della 250, con sei vittorie su sette gare proprio davanti al suo ex maestro Provini. Il suo primo bacio da un Grand Prix lo ricevette a Modena il 19 marzo del 1964, in sella al bolide rosso striato di bianco della Morini, parente seppure lontano di quella "Rebello" con la quale aveva conquistato i primi successi. 

 

Assaggiò, ma solo sporadicamente, anche alcune gare del motomondiale, ma la sua monocilindrica si dimostrava ormai impotente di fronte alle nuove "frazionate" nipponiche. In pratica tutti i suoi titoli "Ago" se li aggiudicò con la Mv-Agusta, salvo gli ultimi due del 1974 e 1975 raggiunti con la Yamaha. Si, perchè nel ricordo devo anche metterci questo colpo a sorpresa di cui non si sospettava nulla. Quel giorno del 4 dicembre 1974 fu a dir poco sensazionale. Ricevetti un invito a recarmi al Grand Hotel Principe di Piemonte di Milano e alle ore 11 e 52 minuti, nella Sala Colonna, Agostini prese tutti i giornalisti in contropiede annunciando la firma di un contratto biennale con la Casa giapponese Yamaha. Avrebbe corso con la moto del compianto Jarno Saarinen. Si parlava di 150 milioni di lire per due stagioni, una cifra enorme se rapportata al costo del denaro di quei tempi. Il nuovo "samurai", tanto per farla breve, esordì in maniera trionfale a Daytona. "Re" o "Mikado" non faceva differenza per lui e neppure risentì del passaggio da una moto a quattro tempi a una a due. Agli amici convenuti scrisse anche un bigliettino che ancora possiedo: "Un po' incensato, un poco bastonato, ma in fondo da tutti voi riconosciuto. Sono lieto di avervi qui con me e porgervi il più caro benvenuto". 

 

Ecco il personaggio. Allegro, scanzonato, forse un po' guascone, sicuramente intelligente, Giacomo Agostini costituì il primo esempio di vero, grande professionista delle due ruote. E fu anche un buon attore pur considerando che nei film interpretati non ho mai avuto piena convinzione di questo. Proprio recentemente ne ho rivisto uno, ma quel Giacomo Valli eroe della F.1 deliziato nella bufera delle corse e immerso nell'odio e nell'amore di tante belle attrici, è stato sicuramente inferiore a quello che ha reso dal vero correndo e dominando su tutti i tracciati del mondo. Scrisse di lui un resocontista inglese: "A vederlo in sella sembra un cavaliere antico, fiero e nobile nella guaina di pelle che gli fa da armatura. Succede quello che succedeva a Garibaldi: battimani, evviva, urla, e poi gente che tira su cappelli, patenti d'auto, fotografie per avere l'autografo di questo Agostini...".

 

 

 

 

 spazio fuoriclasse

 

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