progetto Borderline Overlook
quando
si sposano corse e solidarietà
22 gennaio 2003
Maurizio
Panseri racconta il suo nono posto al debutto
di
Danilo Sechi
Si sono divisi in
più gruppi, terminata a Sharm El Sheikh l’avventura nella 25a Dakar, i componenti del Team
Overlook, la squadra corse bergamasca che ha preso parte alla maratona in terra africana con tre camion (due in gara ed uno di assistenza) riuscendo a piazzare
un mezzo al nono posto assoluto di categoria, una categoria che ha visto al via a Marsiglia 51 equipaggi, solo 27 dei quali hanno raggiunto il traguardo finale.
Il primo a far rientro a Bergamo
lunedì mattina è stato il Team manager e coordinatore del progetto, Maurizio
Panseri, imprenditore
48enne (ha compiuto gli anni durante la gara, il 14 gennaio) con attività nel settore immobiliare e
finanziario. In serata l'organizzazione ha poi trasportato l'infortunato Marco
Sangalli che è stato ricoverato per ulteriori accertamenti all'Ospedale
Maggiore di Bergamo mentre martedì sera sono arrivati a Malpensa gli altri componenti
della spedizione. I camion arriveranno successivamente, via nave.
Nella cabina con Maurizio Panseri c'erano Giacomo Paccani e Mario
Cambiaghi,
sul camion con Sangalli c'erano l'esperto Giacomo Vismara e l'esordiente
Giuseppe Panseri, fratello maggiore di Maurizio, sul camion d'assistenza (che percorreva tragitti meno selettivi) c'erano Giulio
Minelli, Marino Mutti e Attilio Brevi.
"Sono riuscito a raggiungere Bergamo appena possibile" spiega Maurizio Panseri "per far fronte ad alcuni appuntamenti di lavoro improrogabili. Sono rimasto in contatto con gli altri e,
in particolare, ho seguito il trasferimento di Sangalli dall’ospedale di Sharm a quello di Il Cairo.
Le sue condizioni di salute sono abbastanza confortanti ma sul momento abbiamo preso proprio un grosso spavento. Noi eravamo partiti pochi minuti dopo e quando li abbiamo raggiunti la situazione era drammatica. Sangalli era a terra dolorante, mio fratello Giuseppe era sotto choc e Vismara era rimasto sul camion, impossibilitato a muoversi e con la vista annebbiata. E’ ben presto arrivato l’elicottero di pronto intervento e col passare dei minuti la situazione è risultata meno grave ma che momentaccio! Quando l’emergenza è passata noi abbiamo proseguito verso Sharm, frastornati per l'episodio ma consapevoli che i nostri compagni avevano superato il momento peggiore".
- Avete trovato qualche spiegazione logica per l’accaduto, aldilà della fatalità?
"Forse eravamo troppo appagati dell’incredibile risultato che stavamo maturando. Eravamo partiti per arrivare in qualche modo in fondo e invece ci ritrovavamo con un mezzo al sesto posto e con l’altro al decimo, un sogno. Questo ha forse un po’ allentato la tensione. Inoltre il fattaccio è avvenuto nel corso della tappa più lunga della competizione, 800 i km da percorrere tanto che, per concluderla in tempi ragionevoli, ci hanno fatti partire nel cuore della notte e così, inevitabilmente, accusavamo tutti una certa stanchezza. Aggiungo anche che la tappa ci era stata presentata dall’organizzazione come molto lunga ma non particolarmente disagevole e ricca di insidie, invece le insidie c’erano, eccome, e quella che ha fermato l’altro nostro camion non era neppure ben segnalata".
- Il bilancio della spedizione è comunque positivo, anche considerato che molti di voi erano al debutto, vero?
"Certamente. L’incidente nella penultima tappa ha lasciato molto amaro in bocca e condizionato il compiacimento per il nono posto conquistato ma indubbiamente il bilancio non può che considerarsi positivo. Ancora qualche centinaio di km e sarebbe stato addirittura esaltante. Nel mio caso, in particolare, si è trattato in pratica di un debutto in terra africana oltre che nella Dakar in quanto nel Rally d’Egitto, cui il nostro team ha partecipato in ottobre proprio in preparazione di questa gara, siamo subito andati ko per un problema all’impianto di raffreddamento. E’ stato prezioso, in questo senso, soprattutto Mario Cambiaghi, il più esperto del mio equipaggio, un’autentica miniera di consigli azzeccati, il suo corso accelerato su come affrontare le dune, ad esempio, è risultato straordinariamente efficace".
- Come avete convissuto con i tanti incidenti, anche gravi, che hanno punteggiato quasi ogni tappa della competizione?
"Con tantissima preoccupazione. Affrontavamo ogni ostacolo cercando di mantenere la massima concentrazione, spesso con gli occhi fuori dalle orbite per evitare di trascurare o sottovalutare qualcosa di pericoloso. In questo senso abbiamo attraversato posti fantastici, con paesaggi eccezionali, ma noi non li abbiamo potuti ammirare e apprezzare
perché troppo tesi a seguire la strada. Questo è stato un po' frustrante. Abbiamo incrociato,
pressochè quotidianamente, piloti e mezzi fermi, ribaltati, in panne, acciaccati, e quando si poteva si dava una mano. La Dakar diventa spesso una gara di solidarietà nell’ambito della gara sportiva. Trovo ammirevoli, in questo senso, soprattutto i motociclisti privati, che affrontano le situazioni più disagiate e difficili. Noi, stavolta, quanto a problemi meccanici, siamo stati fortunati, non ci è mai capitato niente di veramente serio, il nostro esperto Giacomo Paccani ha svolto praticamente solo un lavoro di routine.
Per quanto riguarda gli incidenti, io proporrei all’organizzazione una selezione dei partecipanti, in ogni equipaggio dovrebbe esserci almeno un componente esperto. A quanto ne so, invece, nell’auto dove si trovava il navigatore francese Cauvy che ha perso la vita, erano ambedue esordienti, lui ed il pilota. A questa gara non si può partecipare senza alcuna preparazione ed esperienza diretta, attratti dal suo fascino inimitabile e dotati solo di tanto entusiasmo, una tale scelta può trasformarsi in un suicidio".
Per Vismara momenti di paura: "non
vedevo più nulla!"
"Adesso sto meglio, sono ancora tutto indolenzito ma non ho contusioni particolari. Certo che a botta calda me la sono vista
davvero brutta!" Giacomo Vismara ci racconta la sua disavventura nella 16a penultima tappa della Dakar al
cellulare, a bordo di un taxi di Il Cairo, la capitale dell’Egitto.
Vismara, 51 anni, di Cenate Sopra, una vita spesa tra i motori, è un veterano della Dakar, uno dei massimi esperti, vi ha partecipato - con questa edizione - per la 20esima volta, il suo miglior risultato è stata la vittoria tra i camion nell’86.
"E’ stata una botta tremenda" prosegue "che mi ha fatto scendere la pressione a livelli bassissimi, mi ha tolto il respiro e offuscato completamente la vista. Ho sudato freddo perché di incidenti e cadute me ne erano certamente capitate in passato ma non mi era mai successo di non vederci più. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo, quasi non ricordavo dove fossi. Mi è bastato però un quarto d’ora ed ho ritrovati la vista e la lucidità. Al momento dell’impatto guidava Giuseppe Panseri, ricordo che c’era un tratto con doppia curva, che gli ho gridato di frenare ma
che era ormai troppo tardi, stavamo già volando. Nell'impatto si è rotta la coppa dell'olio, il nostro camion ha subito seri danni ma, quel che è peggio, Sangalli ha rimediato l'incrinatura di una
vertebra, soffriva molto e non era più in condizioni di proseguire".
- Peccato perché nel suo curriculum i ritiri sono un’eccezione...
"In effetti questa è solo la seconda volta che non riesco a portare a compimento una Dakar. L’ultima volta in cui mi ero dovuto ritirare era successo nell’edizione 1992, pure quella con un percorso anomalo, che si concluse a Città del Capo, in Sudafrica. Ma non importa, è stata comunque un'esperienza importante, appagante, gli esordienti del nostro team si sono dimostrati davvero all'altezza della situazione e, tutto sommato, abbiamo comunque di che essere soddisfatti."
- Dall'alto della sua esperienza come considera questa edizione della corsa africana, più facile o difficile delle precedenti?
"Come avevo previsto si è trattato, pur sempre di una Dakar, con tutte le sue difficoltà legate alla durezza, alla durata, alla sabbia, ma non particolarmente difficile come in altre occasioni precedenti. A confortare questa mia opinione ci sono anche i dati statistici. Al traguardo sono arrivati quattro o cinque quad, moto di 125 cc, circa il 50 per cento dei concorrenti partiti, questi dati in altre edizioni te li sognavi, allora arrivavano a Dakar non più del 20-30 per cento dei piloti".
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